A fine maggio 2026 ha riaperto la sezione Numismatica del MANN: in allestimento oltre seimila monete cui si aggiungono centotrenta gioielli e quattro rarissimi tessuti aurei realizzati con seta selvatica!
La moneta rappresenta per tutti unità di valore, status symbol e mezzo di scambio per acquistare beni di prima necessità o durevoli e di lusso, fare investimenti e sognare acquistando un biglietto di lotteria o compilando una schedina. Benché oggi sia sempre più smaterializzata, la moneta ricopre ancora un ruolo che va ben oltre la sfera economica: si pensi all’Euro e al suo valore simbolico nella prospettiva dell’UE. La moneta ha una lunghissima storia fatta di tecnologia, controlli da parte di un’autorità, sistemi di cambio, scale di valore, simboli e immagini che diventano in alcuni casi capolavori d’arte. La moneta è sempre stata, inoltre, un vero e proprio mass medium ante litteram, di enorme importanza già prima dell’affermarsi dei moderni sistemi di comunicazione, riportando fino a noi personaggi, luoghi e fatti storici ritenuti memorabili già dagli antichi. Insomma, assolutamente da non perdere nel vostro prossimo giro al MANN.


“Domus. Gli arredi di Pompei”
Nel nostro numero di Polimnia vorrei sottolineare un secondo straordinario allestimento, inaugurato giusto un anno fa: parliamo di “Domus. Gli arredi di Pompei”, ospitato nelle sale del secondo piano.
L’allestimento è stato curato da Massimo Osanna, Andrea Milanese e Ruggiero Ferrajoli, con la collaborazione di Luana Toniolo, ed è un percorso straordinario, affascinante e struggente allo stesso tempo.
Qui si esce fuori dai libri di storia che abbiamo studiato a scuola, pieni di nomi, di date e di numeri, foto qua e là, indicazioni sommarie di stili ed epoche, dove secoli interi vengono incasellati in poche righe, e si entra invece nella realtà della vita di 2000 anni fa, come in una macchina del tempo, solo che qui è tutto vero.
Ci troviamo di fronte agli oggetti di casa: bronzi, marmi, terrecotte e affreschi provenienti da varie domus vesuviane che colpiscono non solo per la raffinatezza e la bellezza artistica dei manufatti, ma che ci riportano alla vita quotidiana e all’intimità degli ambienti domestici, violati dall’eruzione del Vesuvio ma al tempo stesso preservati per noi.
Le case degli antichi pompeiani diventano così spazi vivi, capaci di raccontare identità, aspirazioni, stili di vita. Ogni oggetto esposto diventa frammento di una storia più ampia, dal lavoro eccelso dei tanti artigiani del tempo, alle storie di famiglie anonime o conosciute che lo ha posseduto, che lo ha usato, conservato e curato nella propria casa, di generazione in generazione. E, proprio come accade oggi, c’è il rapporto con l’antico, quello che poteva avere quella società romana in quegli anni, ovvero la tradizione classica dell’arte greca di 4/5 secoli prima, un po' come oggi potremmo apprezzare un quadro del Rinascimento. “Con questo nuovo allestimento restituiamo centralità al racconto dell’abitare antico– commentava l’anno scorso il Direttore generale Musei, Massimo Osanna– offrendo ai pubblici l’opportunità di entrare nelle domus pompeiane con uno sguardo rinnovato. Oggetti a lungo custoditi nei depositi, molti dei quali restaurati per l’occasione, tornano visibili e assumono nuova voce, raccontando storie di quotidianità, di gusto e di rappresentazione. È un percorso che unisce ricerca, tutela e valorizzazione, per rendere il museo sempre più un luogo vivo, capace di accogliere e coinvolgere”.
I depositi del Museo sono qualcosa di vastissimo, ma già i 250 reperti esposti danno veramente l’idea di quel tempo, degli oggetti e delle loro funzioni, della loro straordinaria bellezza.
Ci sono sedute, sgabelli, panche, tavoli, monopodi, tavolini pieghevoli con meccanismi complessi per poter essere trasportati, accorgimenti di 2000 anni fa che sono diventati di uso comune nel buon senso dei saperi artigiani dei secoli successivi, rimanendo immutati nel tempo, fino a non molti anni fa, e che oggi stanno svanendo ed evaporando nella nostra civiltà digitale; suppellettili di utilità e di decoro, bracieri, lucerne, scaldavivande, candelabri, tazze ed ancora sculture, ornamenti da fontana, i celebri oscilla, gli affreschi. Bellissimi. Curati in ogni dettaglio. Pieni di riferimenti storici ed artistici alla mitologia del tempo. Alle loro credenze, alla loro cultura.
Colpisce l’immortale bellezza di questi oggetti, fatti per durare, in un’epoca in qui la vita media era, nella consapevolezza di quei contemporanei, tremendamente breve, ma non vissuta per questo meno intensamente, l’esatto contrario di oggi: vite più lunghe e un po' tutto usa e getta: nell’epoca in cui siamo fissati con la sostenibilità non siamo mai stati così poco sostenibili. Certamente stiamo parlando di apparati decorativi di case importanti, di famiglie abbienti, in un’epoca dove la schiavitù era legittimata, un vero “eldorado” forse l’uomo non lo ha mai conosciuto, ma parliamo anche di un mondo e di una cultura più universalmente diffusa, dove basterebbe verificare l’ampiezza dei teatri classici, migliaia di posti che potevano racchiudere numericamente a volte intere comunità.

Oggi arte e cultura si ritrovano, in molte circostanze, in recinti con limiti oggettivi; basterebbe ricordare una indagine del Corriere della Sera sulla storia dell’arte negli istituti scolastici superiori d’Europa: praticamente è sparita quasi ovunque. Non possiamo dunque stupirci, o interrogarci se oggi il capolavoro del momento è una banana attaccata al muro con lo scotch, con tutto il rispetto e l’ammirazione per Cattelan, che ha lo straordinario merito di testimoniare in modo profetico, con l’effetto di un pugno nello stomaco come con tutte le sue opere precedenti, il drammatico stato delle cose. Non tutto è perduto e, per cominciare o ricominciare, come dei novelli Raffaello con l’idea in testa di un nuovo Rinascimento quando il grande artista passeggiava tra le rovine imperiali di Roma, l’invito è quello di visitare senza fretta i luoghi straordinari come il MANN, a Napoli, vera oasi planetaria di civiltà. E dove tra l’altro si mangia straordinariamente bene.
Roby Giannotti






